Ultima modifica: 20 marzo 2020

Il Coronavirus un’emergenza sanitaria che ha modificato le nostre abitudini (Francesco cl. 3b)

Il Coronavirus
un’emergenza sanitaria che ha modificato le nostre abitudini
(Testo autobiografico)

Coronavirus al microscopio

La prima volta che ho sentito parlare del coronavirus era febbraio. Non ricordo esattamente cosa ho pensato in quel momento ma credo di non aver pensato a nulla di così brutto.
La televisione inizialmente informava che si trattava di un virus nato a Wuhan, nella Cina centrale e che si presentava come un’influenza più aggressiva delle solite.
Non erano notizie così dettagliate come quelle di questi giorni. Il virus sarebbe arrivato in Italia tramite una persona che era stata in Cina per motivi di lavoro e che lo aveva contratto. Questa persona poi, una volta rientrata in Italia, aveva contagiato altre persone.
Non ho preso paura in quel momento perché non mi sembrava una situazione grave.

Ho iniziato a rifletterci seriamente qualche tempo dopo quando il telegiornale informava che a causa di questo virus c’erano stati dei decessi anche in Italia e molti invece in Cina. Wuhan era stata chiusa: nessun cittadino poteva entrare o uscire da questa città.

Ho pensato ai miei nonni e ai miei zii che non sono più giovani e che sarebbero stati più a rischio perché il virus pare sarebbe più pericoloso per le persone anziane, soprattutto per chi soffre di gravi patologie come mio nonno e quindi ha un sistema immunitario più debole.
In quei giorni però i casi di persone morte erano pochi. Si parlava inizialmente di un paio di casi a Milano e poi, nel giro di pochi giorni, i contagi erano già triplicati fino ad arrivare anche nella nostra regione e anche nella nostra città.

Poi la chiusura delle scuole. Non nascondo che  ero sollevato nel momento in cui è uscito il decreto che obbligava la chiusura delle scuole. In parte ero contento perché sinceramente avevo bisogno di riposare e questa era l’occasione giusta. Ho pensato che una settimana di riposo mi sarebbe proprio stata di aiuto. Avevo appena passato una brutta influenza e dovevo recuperare i compiti di una settimana di assenza da scuola.

Poi, invece, l’obbligo di sospendere le attività sportive e soprattutto quello di non avvicinarsi troppo alle persone. Ma come? E gli amici?

La scuola ormai è chiusa già dal 27 febbraio e questo “isolamento” inizia a pesarmi parecchio.
E’ brutto non poter vedere personalmente i tuoi amici con i quali sei abituato a trascorrere le giornate. Mi manca la mia routine.
Mi manca la mia giornata fatta di corse per arrivare puntuale a scuola, il mio allenamento di calcio, il mio corso di inglese del giovedì pomeriggio e l’attesa del sabato per fare la partita.

Task Force Covid-19 Governo Italiano (fonte: Wikipedia)

Certo siamo fortunati al giorno d’oggi perché abbiamo il cellulare ed i mezzi per comunicare e possiamo addirittura fare delle videochiamate ma non è la stessa cosa. Il contatto con le persone è quello che emoziona.
Non so come spiegare questa cosa ma io quando ho paura a volte sento di avere bisogno di un abbraccio e quindi mi chiedo come si possa vivere senza abbracci. E’ difficile abituarsi a stare ad una distanza di almeno un metro dalle persone.
Questa situazione mi ha fatto pensare ai tempi in cui c’era la peste o il colera. Quando le persone venivano allontanate e isolate da tutto e da tutti perché erano contagiose.

La cosa che pesa di più è che tutto questo è una costrizione e non una scelta di ciascuno di noi.
Sicuramente stare isolati è la cosa migliore affinché il virus non si trasmetta ma è difficile non dare abbracci o strette di mano agli amici. Parlando con i miei genitori abbiamo trovato il lato positivo di tutto questo: forse in questo periodo si riscopre l’importanza della famiglia. Questo virus ci costringe a chiudere le porte, a stare tutti insieme a casa e a fermare un attimo il tempo.

Io da questa tragica situazione ho imparato che bisogna apprezzare anche le piccole cose perché da un momento all’altro potrebbero non esserci più.

Francesco Coati, classe III B scuola Simeoni

 

 

 

 




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